Sportive & Coupé
Icone sportive. Modelli ad alte prestazioni per il massimo piacere di guida.
Vedi tutte le sportive →Un pilota australiano che decise di costruire le proprie auto invece di dipendere da altri. Nel 1960 Jack Brabham fondò la sua scuderia a Surbiton e nel 1966 fece storia diventando l'unico driver a vincere il mondiale su una vettura costruita da lui stesso. Con Ron Tauranac come chief designer, Brabham rifiutò ogni compromesso: monoscocca in alluminio, aerodinamica sofisticata, telai che sfidavano la convenzione. Un'eredità costruita sul talento puro, tre titoli mondiali e ventotto vittorie che ancora sussurrano velocità nei paddock del mondo.


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Jack Brabham vinse il mondiale pilotando le sue stesse auto. Pensaci un momento — era pilota, costruttore, proprietario tutto insieme. Nel 1966 arrivò il titolo mondiale alla guida della BT20, diventando l'unico driver nella storia della Formula 1 a vincere il campionato su una vettura costruita da lui. Fondò Brabham nel 1960 a Surbiton, Inghilterra, partendo da zero con un'idea folle e una determinazione incredibile. Non era un ingegnere di formazione. Era un pilota che capiva cosa serviva per vincere — e aveva i soldi per provare a costruirlo.
Quello che rese Brabham diverso era l'approccio: niente compromessi. Ron Tauranac, il suo chief designer, creava telai che rifiutavano la convenzione — monoscocca in alluminio quando gli altri ancora pensavano al tubolare, aerodinamica sofisticata quando era ancora considerata un'eresia. I motori Climax e poi Repco spingevano vetture leggere e precise, costruite con una semplicità brutale che nascondeva genialità ingegneristica. Brabham non cercava di essere il più grande team, ma il più intelligente. Tra il 1966 e il 1967 vinsero tre gran premi consecutivi — una striscia che rimane impressionante persino oggi.
Il presente di Brabham si concentra su un'unica missione: creare la macchina da pista più pura del pianeta. La BT62 è il manifesto moderno — un'ode all'era in cui le auto da competizione non avevano assistenza, non avevano trucchi elettronici, solo driver e macchina in conversazione brutale. Motore V12 da 5,4 litri aspirato, 700 cavalli, peso di appena 1000 chilogrammi. Niente trazione integrale, niente spoiler attivi, niente compromessi verso il comfort. È la dichiarazione più forte possibile di cosa significhi ancora il marchio Brabham nel 2023. Ogni dettaglio rispecchia la filosofia fondativa — ingegneria senza fronzoli, prestazioni assolute, pura essenza della guida.
Jack Brabham fondò la sua scuderia nel 1960. Un pilota australiano che non voleva più dipendere da nessuno. Brabham aveva già corso per Cooper, aveva vinto campionati, ma sentiva che poteva fare di più — costruire le sue auto, disegnarle come le voleva, comandare il proprio destino. Così lasciò tutto e si trasferì a Surbiton, nel Surrey, in Inghilterra. Non era la decisione più ovvia. Eppure cambiò tutto quello che sarebbe venuto dopo.
Gli inizi furono difficili, come sempre accade quando si parte da zero. La prima macchina fu una costruzione amatoriale, quasi artigianale — il telaio disegnato da Ron Tauranac, un ingegnere brillante che sarebbe diventato il suo braccio destro per anni. Il debutto avvenne nel 1961 con la Brabham BT3, una monoposto di Formula 1 che nessuno considerava seria. Ma Jack credeva in quello che stava costruendo. Guidò lui stesso, testò ogni dettaglio, imparò dagli errori. E piano piano, le macchine iniziarono a funzionare.
Il momento che cambiò tutto arrivò nel 1966. Immaginate la scena: Jack Brabham, ormai quarantenne, alla guida della sua stessa auto, vince il Gran Premio di Francia. Poi la Germania. Poi il Sudafrica. Diventò campione mondiale pilotando una Brabham — l'unico proprietario di una scuderia a vincere il mondiale come pilota. Incredibile? Sì. Impossibile secondo gli esperti? Ancora di più. Nessuno aveva mai fatto una cosa simile prima. Tauranac aveva disegnato una macchina leggera, veloce, affidabile — e Jack la pilotava come nessun altro sapeva fare.
Gli anni Settanta videro Brabham dominare come pochi team hanno fatto nella storia della Formula 1. Tre mondiali costruttori tra il 1966 e il 1967. Gordon Murray arrivò come ingegnere nel 1969 — un genio assoluto. Con lui al timone tecnico, Brabham produsse auto che sembravano venire dal futuro. La BT49, la BT50 con il turbo BMW, macchine che vinsero gare contro avversari più ricchi e con budget infiniti. Nelson Piquet portò il team a due mondiali, nel 1981 e 1983. Il successo sembrava inarrestabile. Poi arrivarono i problemi.
La crisi negli anni Novanta fu brutale. Motori inaffidabili, problemi finanziari, la Formula 1 che cambiava velocità e lasciava indietro i team indipendenti. Brabham lottò fino al 1992, poi il buio. Per quasi tre decenni il marchio rimase silenzioso — fermo, come congelato in quel passato glorioso. Ma nel 2019 qualcuno decise di riportarlo in vita. Non in Formula 1, bensì nel mondo delle hypercar stradali. La BT62 rappresenta il ritorno: una macchina brutale, senza compromessi, con 700 cavalli e un'anima pura. Non è Formula 1, ma porta avanti la filosofia che Jack Brabham fondò sessant'anni fa. Nel futuro? Guardate la gamma elettrica in sviluppo. Perfino le leggende devono evolversi. O spariscono.
Icone sportive. Modelli ad alte prestazioni per il massimo piacere di guida.
Vedi tutte le sportive →| Segmento | Modelli | Prestazioni | Trasmissione | Caratteristiche |
|---|---|---|---|---|
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Segment
Coupe
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Models |
Performance
710 PS
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Drive
RWD
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Features
-
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Brabham — è un nome che sussurra velocità nei paddock di tutto il mondo. Jack Brabham ha costruito qualcosa di raro: un'eredità costruita sul puro talento, non solo sul denaro. Tre campionati mondiali di Formula 1, ventotto vittorie in gara, e quella leggenda del pilota che costruisce la propria auto e la guida meglio di chiunque altro. Niente male per un ragazzo che è iniziato da zero.
Oggi la ricerca continua — che sia attraverso i nostri SUV di nuova generazione o le innovazioni in tecnologia elettrica. Lo spirito rimane intatto — spingere più forte, andare più veloce, non accontentarsi mai. Ecco cosa significa Brabham.
Brabham oggi produce un solo modello: la BT62. Una hypercar stradale che non scherza. È il ritorno della casa britannica alle sue radici — quella stessa mentalità che ha dominato la Formula 1 negli anni '60 e '70. L'azienda ha scelto di fare una cosa sola, ma farla bene. Non troverai berline Brabham né SUV — solo pura adrenalina concentrata in quattro ruote.
Brabham nasce nel 1966. Jack Brabham — il pilota australiano, due volte campione mondiale — decide di costruire le sue monoposto invece di guidarle. Geniale? Sì. Rischioso? Parecchio. Si associa con Ron Tauranac, ingegnere straordinario, e insieme creano qualcosa di speciale. Nel 1967, la BT20 vince il primo Gran Premio della storia per una macchina costruita dal suo stesso pilota. Non è una coincidenza. È il risultato di due persone che capivano veramente cosa serviva per vincere. Fast forward a oggi: quella mentalità è ancora viva nella BT62.
La firma di Brabham? Aerodinamica spietata e leggerezza ossessiva. Guarda la BT62. Cellula in carbonio puro. Motore V12 da 5.4 litri aspirato — non turbo, no turbo — che produce 700 cavalli. Pesa meno di 1.000 chili. Sì, hai letto bene. Mille chili. È come guidare una monoposto stradale. L'aerodinamica? Disegnata come se dovesse correre in Formula 1 domani. Alettoni, diffusore, ogni curva ha uno scopo. Niente è per il look. Tutto è per la velocità. Questo è Brabham: efficienza pura, senza scuse.
No, Brabham non produce auto elettriche. Punto. La casa ha scelto una strada diversa rispetto al resto dell'industria. Se guardi il catalogo dei veicoli elettrici Brabham: è vuoto. E va bene così. Brahbam crede nella purezza meccanica — un V12 aspirato che ti grida direttamente nell'anima. La BT62 è il manifesto di questa filosofia. Non è una scelta commerciale, è una scelta ideologica. Nel mondo delle auto da 1.5 milioni di sterline, puoi permetterti di avere principi.
Fonte: Brabham Automotive (official), DVLA, Wikipedia, SMMT, Donington Grand Prix Collection·Ultimo aggiornamento